Noi ciccioni della mischia

Take 16 men and steam for 80 minutesNoi di mischia siamo generalmente quelli più belli di una squadra di rugby, ci chiamano ciccioni e noi ce ne vantiamo di questa classificazione; otto uomini che si sostengono a vicenda, legati insieme per far in modo che nessuno cada e che nessuno si senta solo.
In mischia non ti puoi sentire mai solo perché ci si muove sempre insieme a guadagnare il terreno un centimetro alla volta.
In mischia ci si sacrifica, si fa il lavoro duro e sporco per poter donare ai trequarti, più veloci e fighi, palle per finalizzare e segnare i punti.
Una mischia è formata da una prima linea di tre uomini: ai lati due piloni, uomini grossi e arcigni col collo taurino che hanno il compito primario di tenere su la mischia e spingere, e al centro tra i piloni il tallonatore che invece è una persona bisognosa di affetto che abbraccia i suoi piloni e oltre a spingere ha il compito di tallonare la palla indietro per permettere che il mediano la raccolga, un detto gallese dice che se sulla Terra hai giocato prima linea, allora ti sei già guadagnato un posto in cielo; due seconde linee stanno subito dietro e spingono al massimo per far avanzare la mischia, in touche (la rimessa laterale) essendo, generalmente, quelli più alti sono quelli che saltano per prendere la palla lanciata dal tallonatore, e poi tre terze linee che sono scaltre, veloci e temibili, create appositamente per non far passare alcun avversario.
In una squadra di rugby gli uomini della mischia sono quelli più belli e che fanno il lavoro più duro, ma loro sanno che hanno comunque bisogno dei loro compagni trequarti per vincere le partite, tutti sono fondamentali e nessuno è indispensabile.

Vogliamo l’Home Championship

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All’ inizio era l’Home Championship, dal 1883 ci giocavano le 4 squadre Britanniche: Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles: l’élite mondiale del rugby che d’ altronde solo da pochi anni aveva visto codificare le sue regole.
Le rivalità sono fortissime fin da subito ma ci si batte pur sempre fra fratelli, tutti sudditi di sua Maestà la regina Vittoria, gli Irlandesi reclamano si autonomie ma nessuno immagina ancora un’ Irlanda slegata da Londra.
HOME viene dall’ inglese arcaico to hamian, “abitare una casa” è un verbo che ha a che fare con la famiglia e il focolare che si sceglie come proprio più che con mura e portoni.

Il nome cambia nel 1910, diventando 5 Nazioni con l’ ingresso nel torneo della Francia, la nemica di sempre, la rivale per l’ egemonia in Europa e nel resto del Mondo ma le cose cambiavano velocemente e si cominciava già a respirare l’aria cupa della Grande Guerra, e i nemici di un tempo stavano per diventare fedeli alleati.
L’idea di Nazione è ai primi del ‘900 l’ultima moda, chi non ne ha una corre in fretta a procurarsela, basta aver avuto un principatino sconfitto 3 secoli prima, parlare un dialetto diverso dai vicini di casa, saper cucinare il maiale in modo originalissimo, aver degli antenati che 2000 anni prima vivevano sulle paludi in palafitta, per rivendicare un’identità nazionale vale tutto.
L’ idea di patria che aveva portato le precedenti generazioni a rivoltare mezza Europa con la fissa che calabresi e veneti, bavaresi e prussiani potessero stare insieme pur mangiando insaccati diversi non scaldava più i cuori.
NAZIONE viene dal latino nascor, è un verbo che sa del sangue che uno ha alla nascita, della fortuna di nascere al di qua o al di là di un fiume, una piazza, un muro. O ce l’ hai o non ce l’ hai.

Il 2000 vede finalmente l’ annessione dell’ Italia nel rugby europeo che conta. Il mondo è cambiato più volte ormai dai primi del ‘ 900, è cambiato anche l’ universo della palla ovale sempre più saldamente dominato dalle squadre dell’ emisfero australe ma il nome del torneo resta lo stesso con quel riferimento alle NAZIONI e cambiando solo il numero dei partecipanti, diventati sei.

Ma bisogna guardarli i nostri azzurri e riconoscersi in questa squadra che parla con accenti argentini, sudafricani, neozelandesi, un allenatore francese. Giocatori che vengono da immense metropoli sudamericane e altri della profonda provincia Italiana. Siamo diventati davvero Europei anche noi, anche quelli che non lo ammetterebbero mai. Abbiamo amici e fratelli a Berlino, Londra e Parigi tutti quanti, chi per studio, chi per lavoro e chi per amore stiamo sciegliendo sempre più l’ Europa come casa nostra. Sarebbe proprio ora di finirla con questo 6 Nazioni, torniamo all’Home Championship.

Garibaldi, Calcutta e gli amanti

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Lo scorso weekend è finalmente cominciato il 6 Nazioni, il torneo di rugby per squadre nazionali più importante d’Europa. Le squadre partecipanti sono considerate le più forti del continente: Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda, Italia e Scozia.
Come anticipato nell’ultimo articolo, lo stesso Torneo, che raccoglie ogni anno un numero maggiore di interessati, include altri trofei minori e meno conosciuti, che vengono assegnati alle vincitrici di alcuni scontri singoli.
Il weekend scorso è risultato particolarmente interessante per i trofei che sono stati assegnati: il Trofeo Garibaldi e la Calcutta Cup. Il primo, che ci interessa più da vicino, viene assegnato al vincitore tra Italia e Francia, mentre il secondo, forse il trofeo più antico e “storico” tra quelli minori, viene assegnato al vincitore tra Inghilterra e Scozia.
Le prime due partite dell’edizione 2016 del Torneo, avvenute sabato 6 febbraio, sono state proprio Francia-Italia, disputata allo Stade de France di Parigi, e Scozia-Inghilterra, disputata al Murrayfield di Edimburgo.
Il Trofeo Garibaldi è stato istituito in occasione del bicentenario della nascita a Nizza dell’eroe dei due mondi. Infatti, forse non tutti si ricordano che Giuseppe Garibaldi è nato nel 1807 a Nizza (oggi Francia, ma allora parte del Regno di Sardegna). Uno dei padri dell’unificazione l’Italia, era anche un generale dell’esercito francese durante la guerra franco-prussiana del 1870. Si tratta quindi sicuramente di una figura che ha dedicato la propria vita ad “entrambe le patrie”. Tra l’altro, il trofeo è opera di un ex-capitano della Francia negli anni settanta, ora scultore professionista. È stato presentato nel 2007 e da allora sono quindi stati disputati 10 incontri, 8 dei quali vinti dalla Francia e 2 dall’Italia (2011 e 2013).
Sabato scorso infatti una superba e convincente Italia ha perso “per un soffio” (23-21) una partita combattuta ed esaltante contro una Francia scesa in campo con poche idee e confuse. Purtroppo tutto questo non è bastato, la Francia rimane pur sempre una squadra di grande spessore e di grande tradizione rugbystica.
La Calcutta Cup invece è andata all’Inghilterra, vincitrice all’esordio e fuori casa contro una Scozia rognosa e disposta a combattere (16-9). La Calcutta Cup è uno dei più antichi trofei del rugby mondiale ed anche più antico dello stesso “Home Championship” (il primo nome del 6 Nazioni), venendo infatti assegnato ogni anno dal 1878. La sua storia, risalente ancora all’epoca della colonia britannica in India, comincia il giorno di Natale del 1872, con una partita di rugby tra una squadra di inglesi e una formata da rappresentanti di Scozia, Irlanda e Galles, giocata a Calcutta.
Fu un grande successo e un anno dopo venne fondato il Calcutta Football Club, il quale però si sciolse presto e fu deciso di fondere le rupie in argento rimaste in cassa per realizzare una coppa da donare alla federazione inglese nel 1878, in modo che rimanesse il ricordo della squadra.
Curioso un caso che mostra come il rugby e la birra vanno sempre a braccetto, stringendo spesso un legame che supera questioni di rivalità e “rispetto”: nel 1988 la coppa fu danneggiata da alcuni giocatori ubriachi sia inglesi che scozzesi, i quali la usarono come pallone per le strade di Edimburgo. Alcuni furono ovviamente sospesi.
La terza partita del weekend, Irlanda-Galles, è finita in parità per 16-16, sicuramente la partita più dura e intensa di questo primo round.

Chissà che oggi San Valentino porti un po’ di fortuna anche a noi “amanti” di questo sport: Italia- Inghilterra sarà bella tosta!

Il torneo delle sei nazioni

Take 16 men and steam for 80 minutesC’è chi ogni anno attende la maturazione delle mele, chi l’inizio di Amici di Maria De Filippi, io (come tutti gli appassionati di rugby) l’appuntamento che ogni anno attendo con ansia e trepidazione è il prestigioso Torneo delle Sei Nazioni!
Ma cos’è questo torneo?

Nasce nel lontano 1883 come Home Championship ed era disputato dalle quattro nazionali britanniche: Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda (il rugby è uno dei pochi sport che unisce le due anime dell’isola, l’Eire e l’Irlanda del Nord). Nel 1910 con la partecipazione della Francia si parla di Cinque Nazioni, però nel 1931 venne esclusa fino al 1939 con l’accusa di professionismo di alcuni dei suoi giocatori.
Per l’ingresso della Nazionale Italiana bisogna aspettare il 2000 e da qualche anno la nostra partecipazione è messa in discussione da molti per l’inferiorità rispetto alle altre nazionali.

Il torneo viene disputato nei mesi di febbraio e marzo con la formula di girone unico all’italiana, cioè partite solo andata a cui corrisponde un punteggio in classifica, e chi arriva primo vince il Trofeo delle Sei Nazioni.
Ci sono altri trofei in palio: il Grande Slam per la squadra che vince il torneo vincendo tutte le partite, la Triple Crown per la nazionale britannica che vince contro le altre tre, il simbolico Wooden Spoon (Cucchiaio di legno) per la squadra ultima in classifica, il poco desiderabile Whitewash per la nazionale che perde tutti gli incontri, la Calcutta Cup per la vincente tra Inghilterra e Scozia, il Millennium Trouphy per la sfida tra Inghilterra e Irlanda, il Centenary Quaich tra Irlanda e Scozia e quello che più ci riguarda tra Italia e Francia il Trofeo Garibaldi.

Nelle prossime domeniche cercheremo di calarci nel mondo del rugby tra schizzi di fango e birra!

Da casa mia posso vedere il mare

Equilibristi di corpi sbandanti, 04

casa miaDa casa mia posso vedere il mare dalla finestra della cucina e l’Etna da quella del salotto. A volte arriva un forte profumo di mare e le barche a vela tutte vicine sembrano un disegno. Nelle mattine di inverno soleggiate, fino a Dicembre, si può stare con magliette estive e sembra non esistere il dolore. In estate quando il caldo diventa insopportabile i sensi si spengono, lo scriveva anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa e un po’ di ragione l’aveva. Decidere di godere del sole, del mare, andare a fare compere per il periodo natalizio, andare ad un ristorante, in un cinema, all’università, andare da qualsiasi parte implica, almeno nella mia città, una certa organizzazione che sembra il tributo da pagare all’elefante di Piazza Duomo. Spesso quando certi ristoranti sono inagibili, quando i bagni sono per normodotati o comunque troppo sporchi perché io possa andarci, mi chiedo il perché. La prima risposta che mi viene in mente è che probabilmente non hanno mai avuto a che fare con la disabilità né direttamente né indirettamente. Non è una giustificazione, lo so da me.
Un pomeriggio ero in un bar del lungomare di Catania con una mia amica, era primavera, il sole era caldo ma non troppo, non c’era vento, l’aria era fresca. Girandomi sulla destra rimasi per un po’ in silenzio a guardare il mare, avevo da poco la sedia a rotelle: «Cinzia mi fai fare una passeggiata?» Ovviamente mi disse di sì, ed io ero contentissima perché era da così tanto tempo che avevo voglia di vedere il mare da vicino. Penserete che qui il mare è sempre vicino, ma noi siciliani abbiamo una prospettiva diversa della vicinanza al mare. Per noi riuscire a vederlo dal finestrino della macchina mentre si percorre il lungomare significa averlo troppo lontano, fa lo stesso effetto di chi lo vede dall’aereo. Il mare davvero vicino è quello che si vede dalla scogliera e allora sì che “abbiamo il mare e il mare ci ha”.
Uscimmo dal bar da un punto che dava su un altro lato del marciapiedi che non è quello da cui di solito passo. Arrivate su quel lato ci siamo ricordate, vedendolo, del palo che triste e senza cartello, sta piantato al centro del marciapiedi. Volendo avrei potuto usare il mio super potere per dividermi in due, può essere che il comune abbia scelto quel punto per permetterci di evolvere come i Pokemon o di scoprire che non siamo tutti dei poveri babbani e quel palo è il nostro binario 9 e 3/4. Tutte speranze che ho disatteso perché siamo tornate indietro arrivando sul punto del marciapiedi più agevole per una sedia a rotelle e scendendo da lì, senza nessuna scivola, siamo salite su un altro marciapiedi sempre rigorosamente intatto. Così, siamo arrivate al semaforo e abbiamo attraversato, fortunatamente l’altro marciapiedi è rotto quindi la scivola c’è. Ah e finalmente il mare era vicino, abbastanza vicino da poterne vedere il fondale.
Non esiste più fare qualcosa appena la si pensa, la mia città non è fatta per i disabili, altre città della Sicilia non lo sono. Bisogna organizzarsi per bene, non lasciare nulla al caso, pensare alla presenza o meno di scalini, al bagno, allo spazio della sala, se il cinema ha il posto apposito, se ci sono servo scala o scivole. Alcune volte quando guardo le facce delle cameriere o dei dipendenti di un cinema, vorrei alzare la mano e dire: “eh sì, esisto! Tu esisti?” Farei loro questa domanda e alla risposta di assenso chiederei allora perché mi guardano così, come una strana apparizione inaspettata. Casa mia non è mai casa dolce casa…Federica

Informati sul sito dell’associazione Gli Equilibristi e sul blog www.alidiporpora.it.