Per un futuro migliore

Libera nos a mafia: la storia di Lea Garofalo

Lea Garofalo è nata il 24 aprile 1974 a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, da una famiglia ‘ndranghetista. Suo fratello Floriano era a capo del clan, e il compa-gno di Lea, Carlo Cosco, era un suo sottoposto. Ma Lea aveva un animo ribelle, e amava pensare con la sua testa. Nel 1991 nasce la figlia Denise, e Lea è sempre più convinta a tagliare i legami con l’ambiente mafioso, per dare alla figlia un futuro diverso da quello nel quale lei era stata immersa fin da piccola. Intanto, per seguire il compagno, si trasferì a Milano, dove un blitz dei Carabinieri portò dietro le sbarre il fratello Floriano, boss di Petilia Policastro. Dal 2002 Lea venne inserita nel programma di protezione per i testimoni di giustizia, perché aveva riferito all’autorità giudiziaria quello che sapeva sul mondo mafioso da lei visto in prima persona. Lea_GarofaloNel 2009 le venne revocato il programma di protezione, perché, a detta delle auto-rità, non c’erano stati sufficienti riscontri per la sua testimonianza. Carlo Cosco non aveva però intenzione di lasciare impunito lo sgarro che la sua ex compagna aveva osato commettere. La invita a Milano con la figlia Denise, con la scusa di voler parlare del futuro del-la figlia. E lei a Milano ci va, nonostante in molti la mettano in guardia sui pericoli che cor-re; perché è l’amore per la figlia Denise che l’ha sempre guidata nella sua vita, e lo farà anche questa volta. Da Milano, però, Lea Garofalo non tornerà mai. Era il 24 novembre 2009 quando venne strangolata e bruciata per ordine proprio di Carlo Cosco. Lo stesso che poi an-drà a denunciarne la scomparsa in commissariato insieme a Denise, insinuando fin da subito che Lea si fosse allontanata volontariamente. La figlia però non ha mai credu-to per un attimo che la madre si fosse potuta allontanare senza dirle niente, dopo tutto quello che aveva sempre fatto e dato per lei. Nel 2011 ha inizio il processo per l’omicidio di Lea, e la figlia Denise decide di costituirsi parte civile contro il padre e altri 5 imputati, tra cui anche il suo fidanzato dell’epoca, Carmine Venturino, che si scoprì essere nient’altro che uno strumento a-dottato dal padre per controllare la figlia ed evitare che tenesse lo stesso comporta-mento della madre. Fu proprio grazie alla collaborazione di quest’ultimo che vennero a galla le dinamiche dell’omicidio, e quello che rimaneva del corpo di Lea. Dopo tali avvenimenti Carlo Cosco, che fino a quel momento si proclamava innocente, dichiara in aula la sua colpevolezza. Il processo si conclude definitivamente nel 2014 con la condanna all’ergastolo per quattro dei sei imputati e a 25 anni di reclusione per Car-mine Venturino. Ma non si può dire che la sentenza abbia fatto piena giustizia, perché Lea non c’è più. È compito nostro ricordare la storia di questa madre coraggiosa, che fu anche la prima donna ad essersi ribellata alla stretta della ‘ndrangheta; la sua storia ci deve es-sere d’insegnamento, e non deve mai smettere di far emergere in noi un sentimento di rabbia e rancore per quello che non è stato fatto, e che invece doveva e poteva esser fatto. Insomma, deve essere un monito di quello che accade quando si lascia inascoltata una richiesta di aiuto. Solo così giustizia per Lea Garofalo sarà fatta!

Elena Scalcon

Un prete che grida giustizia

Libera nos a mafia: la storia di Cesare Boschin

Oggi sentiamo spesso parlare di preti, per lo più negativamente: preti che abusano di minori, preti chiusi in una mentalità antiquata, preti che invece di avvicinare alla fede, allontanano. Ma io, penso di essere stato un prete diverso, e non lo dico per van-tarmi, no, ma perché ho sempre ricercato nella strada, in mezzo alla mia gente, quei messaggi, quei valori per i quali valeva la pena morire. Sono nato in un piccolo paese in provincia di Padova, nel lontano 1914, terzo di ben otto figli, madre casalinga, padre muratore. Ho visto con i miei occhi le sofferen-ze della seconda guerra mondiale e con quegli stessi occhi ho visto che, sebbene la guerra fosse finita da 50 anni, una nuova battaglia doveva essere combattuta. Negli anni 50 venni trasferito nel Lazio e mi venne affidata la parrocchia della Santissima Annunziata a Borgo Montello, popolata per lo più da emigranti veneti. Cercai di alleviare fame e povertà, trovando lavoro agli sfollati, terra ai contadini e cercando di avvicinare i giovani alla fede fondando l’associazione cattolica.cesareboschin Avevo una grande energia; ci tenevo alla mia gente e nonostante le critiche per il mio forse “eccessivo attivismo”, decisi di portare la mia croce a Borgo Montello. Nei primi anni 90 qualcosa cambiò; non potevo non sentire l’odore che proveniva dalla discarica di Borgo Montello. C’era qualcosa di strano in quel odore che non sen-tivo solo io, ma anche tutti gli abitanti di Borgo Montello. “Padre, lei sa che cosa provoca tutta questa puzza?”; “Mio figlio ieri l’altro, dopo un paio di notti su un tir, è tornato a casa con un bel gruzzoletto di soldi!”. Fu in quel momento che comincia a capire, a raccogliere le testimonianze di quelle madri preoccupate per i loro figli, perché forse, per qualche soldo, erano scesi a patti con la malavita. Ebbi le idee ancora più chiare dopo la testimonianza di un giovane che, per vendicarsi del licenziamento, denunciò la presenza di certi fusti interrati nei pressi della discarica. Con il comitato civico, riuscimmo a convincere l’amministra-zione comunale di Latina ad intervenire. Furono fatte delle ricerche, i cui esiti scom-parvero misteriosamente. Ma io ormai sapevo tutto e avevo annotato quanto avevo scoperto sulle due agende, che mi portavo sempre appresso. È per questo che decisi di recarmi dal capitano dei carabinieri, consapevole del ri-schio che stavo correndo. In fondo, sapevo che prima o poi “quelli là” mi avrebbero trovato. Ma le loro minacce ed intimidazioni non avevano effetto su un vecchio prete di 81 anni suonati, perché non avrebbero mai spento la sua voce che da sempre grida-va nel nome della giustizia e della legalità. Alla fine però riuscirono a farmi tacere, o almeno, cosi credettero per molti anni. La notte del 30 marzo 1995 venni ucciso, legato, incaprettato, come una vittima sacrificale. Ma la mafia, si sa, prima ancora che a uccidere, è brava ad infangare il nome di un prete come me, per nascondere l’evidenza. In pratica, la cronaca riportò il mio omicidio, bollandolo come un delitto maturato negli ambienti gay e a scopo di rapina. Avrei invitato un giovane malfattore in cerca di soldi per un incontro proibito. L’ omicidio di un vecchio prete gay non importa a nessuno, anzi provoca vergogna e ribrezzo in tutti. Peccato però che durante quella presunta rapina il mio presunto giovane ladro non avesse rubato neanche una lira, ma soltanto quelle mie due agende che lasciavo sul comodino affianco al letto prima di coricarmi. Ci sono voluti degli anni, ma le verità è venuta a galla grazie alla mia gente che non aveva dimenticato quanto avevo fatto per loro. La loro incredulità di fronte alla tesi degli investigatori, la loro indignazione e grido di giustizia vennero raccolti da don Ciotti che nel 2009 chiese la riapertura del caso. Il traffico di rifiuti tossici smal-titi illegalmente dalla camorra fu confermato anche da numerosi pentiti e io venni uc-ciso perché “sapevo qualcosa”.

Giovanna Salvador

A testa alta

Libera nos a mafia: la storia di Peppino Impastato

Mi chiamo Peppino Impastato. Sono nato a inizio ’48 a Cinisi, in provincia di Palermo. Una terra tanto calda quanto immersa nel mondo mafioso, di cui anche la mia famiglia è parte.
Non ho mai accettato l’idea di dovermi adattare alla realtà che mi circonda, dentro di me sento il dovere e il desiderio di affrontare e sfidare la mafia. Non ho la presunzione di debellarla, ma non voglio piegarmi, non ho voluto intraprendere quella strada che mio padre mi invitava a percorrere. Lui non condivise mai la mia ribellione, non capiva o forse non voleva né poteva capire.
Allora puntai i piedi, alzai la testa e mi gettai a capofitto nella vita sociale e politica con quell’impulsività e determinazione che mi hanno sempre caratterizzato. Ero molto giovane, avevo 17 anni, numerose mie idee e progetti furono troncati sul nascere: dopo pochi numeri, le autorità fecero chiudere il giornale che avevo fondato con altri ragazzi: “L’idea socialista”.Peppino_Impastato
Il mio animo non era stabile, alternavo momenti di euforia e creatività a cupi pomeriggi trascorsi in isolamento. Nonostante ciò non riuscivo a rimanere passivo e inerte; così ideai il Circolo “Musica e Cultura” con l’obiettivo di creare un punto di riferimento per i ragazzi di Cinisi. Penso e spero di esserci riuscito. L’anno scorso, nel ’77, fondai Radio AUT, un’emittente radiofonica libera. Lo utilizzo come mezzo per trasmettere e condividere i miei pensieri, stimolare riflessioni e smascherare i politici e i boss delle nostre strade, fra cui il caro Don Tano, che vanta un vasto controllo sui traffici di droga.
Ho da poco deciso di lanciarmi in una nuova sfida: mi sono candidato nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali di Cinisi di quest’anno.
Giuseppe Impastato, per tutti Peppino, un’attivista, giornalista e poeta, non saprà mai i risultati di quelle elezioni; perché nella notte fra l’8 e il 9 maggio di quello stesso anno, il ’78, il suo corpo viene dilaniato da una carica di tritolo posta sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani.
Solo nel’97 si farà chiarezza sull’omicidio di Peppino, inizialmente considerato un attentato terroristico inscenato dallo stesso Impastato, che ne sarebbe rimasto vittima. Viene individuato come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, capo indiscusso di Cosa nostra negli anni ’70, che verrà poi condannato all’ergastolo. É proprio quel Don Tano che viveva a cento passi dalla casa di Peppino. Nonostante questa vicinanza, nonostante respirassero la stessa aria, quel giovane di Cinisi non gli si avvicinò mai, e del resto non poteva: aveva un cuore e una testa troppo diversi.
Quei famosi Cento Passi ispirarono anche i Modena City Ramblers, che diedero vita a una canzone che perfettamente evoca e trasmette l’entusiasmo e lo spirito di Peppino, un’energia necessaria in tutte le battaglie che si compiono quotidianamente per cambiare in meglio la realtà che ci circonda.

Bianca Adami

Il prezzo della ribellione

Libera nos a mafia: la storia di Rita Atria

Mi chiamo Rita Atria, sono nata a Partanna, in provincia di Trapani, il 4 settembre 1974. Mio padre,Vito Atria, ufficialmente faceva il pastore. Aveva, però, anche un’altra professione, del tutto differente. Era conosciuto in paese, infatti, come Don Vito, ed era un boss di quartiere, uomo rispettato che si occupava di risolvere qualsia-si problema. Fra tutti metteva pace “per questioni di principio e di prestigio”, soste-neva.
Ciononostante, il 18 novembre del 1985 mio padre muore assassinato … ma da chi non si sa ancora, io non lo so ancora e di fronte a quel cadavere crivellato di colpi la mia disperazione, quella di una ragazzina di dodici anni che ha appena perso il suo più grande punto di riferimento.Rita_Atria
Inizio a chiedermi chi ci sia dietro all’omicidio di una persona così stimata, non so-lo da me, ma da tutti a Partanna e soprattutto … perché ? Domande a cui voglio , de-vo a tutti i costi dare delle risposte e a soli dodici anni dentro di me comincio a rime-stare vendetta.
Per fortuna c’è Nicola, mio fratello, su cui riverso il mio affetto e la mia stima. Ni-cola col giro della droga aveva fatto i soldi e conquistato potere. Girava sempre arma-to e con una grossa moto.
Quello con mio fratello diventa un rapporto molto intenso, fatto di tenerezza, ami-cizia, complicità e confidenze. Quel bellissimo legame, però, viene interrotto bru-scamente un giorno d’estate. Il 24 giugno del 1991, infatti, mio fratello viene ucciso. Così, perdo un altro punto di riferimento, aumenta quel vuoto che non si colmerà più.
Nicola mi aveva raccontato delle persone coinvolte nell’omicidio di nostro padre, del movente, di chi comanda in paese, delle gerarchie, di cosa si muove, di chi tira le fila … trasformando così una ragazzina di 17 anni in una custode di segreti più gran-de di lei. Dopo la morte di mio fratello sua moglie Piera, che da sempre gli aveva contestato le frequentazioni e i suoi affari, collabora con la giustizia e fa arrestare molte persone. Dopo il trasferimento in località segreta di mia cognata io , a Partanna, rimango veramente sola. Non so con chi parlare, cosa fare.
Dovevo scegliere: sottomettermi come mia madre o ribellarmi come Piera?
All’inizio di novembre di quell’anno decido di denunciare il sistema mafioso del mio paese e vendicare così l’assassinio di mio padre e di mio fratello.
Ero testarda, avevo fatto il diavolo a quattro per farmi ascoltare e alla fine mi ave-vano dato retta. Soprattutto uno, il procuratore di Marsala, Paolo Borsellino o “zio Paolo”come lo chiamavo io che era diventato un amico, un confidente, un padre. Mi proteggerà e mi sosterrà nella ricerca di giustizia … sì, giustizia perché ciò che pre-tendevo ora non era più vendetta. Grazie a lui avevo capito che non volevo vivere co-sì, volevo poter vivere in una società più corretta, in una società in cui la giustizia, l’onestà e il rispetto delle regole venivano prima del desiderio di raggiungere il potere ad ogni costo. Così ero riuscita , con le mie dichiarazioni, a far scattare diverse ma-nette ai polsi.
Ero riuscita a farmi una ragione dell’ostilità di mia madre che mi aveva ripudiata nel momento stesso in cui avevo deciso di diventare testimone di giustizia.
Ero riuscita a farmi una ragione persino dell’indifferenza di quella sorella mag-giore che, trasferendosi a Milano, aveva deciso di dare un taglio netto alle sue origini.
In qualche modo ero riuscita a reinventarmi una vita. Solo che Cosa Nostra me la toglie ancora quando, il 19 luglio 1992, fa saltare in aria Paolo Borsellino e gli uomi-ni della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.
Ero di nuovo orfana di padre e non lo sopportavo.
Una settimana dopo, il 26 luglio, mi suicido lanciandomi dal settimo piano. Avevo solo diciassette anni.

Francesca Pellicanò

Avevano tre e quattordici anni

Libera nos a mafia: la storia di Giuseppe e Nicola

Il mio nome è Giuseppe, Giuseppe Di Matteo. Avevo soltanto quattordici anni quando mi è stata tolta la vita. Era novembre, dei dimatteo1mafiosi vestiti da poliziotti mi portarono via dal maneggio di Alto-fonte. Io amavo i cavalli. Ma non li avrei mai più rivisti.
Fui tenuto in prigionia per più di due anni, per più di seicento giorni E poi, un giorno, mi strangolarono e mi sciolsero nell’acido. Decisero che i miei sogni di bambino dovessero così sfumare nel nulla. Furono loro a decidere per me. La mia colpa? Essere stato, anche se per un tempo troppo piccolo, figlio di un pentito.

Michela De Felice

Si dice che la criminalità organizzata non uccida donne e bambini. Nicola Campolon-go era un bambino di tre anni, e prima di essere ucciso aveva già visto tutto: carcere, aula bunker, giudici, poliziotti. Entrambi i genitori in carcere; affidato, con le sorelline, ad una zia agli arresti domi-ciliari; con un nonno sorvegliato speciale e nessuno che si sia chiesto se non ci fosse un luogo più sicuro e giusto, Nicola, quei 3 anni di vita, li aveva vissuti tra il carcere nel quale era detenuta la madre e l’aula bunker dove si svolgeva il processo.nicola-campolongo-coco Nicola Campolongo era una bambino di tre anni e prima che venisse dato fuoco al suo corpo aveva già visto tutto: droga, trafficanti, armi. Il nonno era legato ad una cosca che gestisce il traffico di droga in Calabria e per evi-tare ritorsioni o agguati portava sempre con sé il bambino. Cocò era la sua “garanzia”. Almeno lui credeva che potesse esserlo. Quella domenica mattina del gennaio 2014, però, non ci fu pietà neppure per il bambino e la furia assassina dei sicari, il cui o-biettivo principale era il nonno, si scaricò anche sul piccolo corpicino, chiudendo per sempre i suoi piccoli, luminosi occhi color nocciola.

Matilde Borzone