CERCO ORME DI QUEI PASSI   

Nelle terre peruande

Per farmi capire mi svelo un po’ di più: l’anno prima di partire mi ero laureata in Educazione Professionale, appena finiti gli studi trovai subito lavoro, ma avevo già in tasca un biglietto aereo per la breve esperienza peruviana del 2014, alla fine della quale sentii il forte richiamo a calpestare quelle terre più a lungo, come se queste potessero diventare un luogo di rivelazione. Quando terminai il contratto decisi di rifiutare il rinnovo, perché
quando si è giovani le cose non bisogna faIMG_26092015_143842rle solo per dovere convenzionale, se no la vita ci ingurgiterà. Io dovevo partire, ma per un dovere profondo, assolutamente non convenzionale, di rispondere a una voce sicura che ti dice “vieni e ti mostrerò qualcosa”.

A parte le baruffe in famiglia, niente smosse la certezza della partenza, sapendo che qualcuno e qualcosa mi aspettava; io avevo solo un desiderio: stare in mezzo alla gente. Non avevo alcun obiettivo quantificabile, nessun bisogno di fare qualcosa per gli altri, avevo tante mete interiori e bisogni di relazioni altre, nuove e diverse.

Saper stare, saper fare e saper essere sono tre cardini che spesso si sentono in educazione, io penso di esser partita dal fondamento: stare. Il fare viene stando e l’essere durante lo stare e il fare.

Comunque alla fine sono voluta tornare nello stivale, perché dopo essere stata nove mesi da quelle parti, e non aver mai avuto un momento di pentimento per la scelta fatta, ti viene anche voglia di poter fare qualcosa, ma con l’attenzione di non creare ulteriori impercettibili danni – cosa che capita a noi dei “Paesi Sviluppati” quando decidiamo di voler fare qualcosa nei “Paesi meno Sviluppati”. Quindi mi sono re-iscritta all’Università, per completare gli studi con la magistrale in “Progettazione degli interventi socio-educativi” e poter avere più competenza da mettere in campo in un futuro (spero) prossimo.

Dopo nove mesi di convivenza con assidui lavoratori, non potevo pensare di stare in casa senza fare alcunché, quindi ho cercato subito lavoro. Anche la ricerca e la scelta del lavoro è stata influenzata da un nuovo insegnamento, quello di vivere le sfide e i bisogni del presente, così IMG_26092015_145251mi ritrovai a lavorare in un centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo. È stata una breve parentesi, perché ho lasciato questo lavoro un mesetto fa, deludente e illuminante per certi versi. Ritorna il tema dei paragoni: nelle periferie di Lima ho conosciuto dei ragazzi di strada che hanno attraversato fame, carceri e guerriglie, salvati da una relazione, dall’avvertire una – solo una – presenza importante che gli apriva le porte. Qui la relazione è messa all’ultimo gradino, al quale ancora non si è nemmeno arrivati, per i giovani sedicenti minorenni che varcano il nostro confine. Non è il loro primo interesse – per sfatare certi miti – l’integrazione così come la intendiamo noi, viviamo un incrocio di bisogni ben differente. Però suvvia, a qualcosa ci serviranno le nostre università, il nostro sviluppo; sappiamo che non sono solo alimenti, casa e lavoro che fanno l’integrazione, questi sono beni necessari per una minima qualità di vita, che oggi anche certi italiani fanno fatica ad avere. Noi abbiamo una rete di relazioni che ci sostiene, se vogliamo, abbiamo intorno a noi persone a cui affidarci, ma uno straniero, dove può trovare la sua ancora di salvezza?

Sicuramente ho sbagliato nel fare questo paragone, ma una cosa la mantengo: se c’è qualcosa che può salvare un uomo, sono le relazioni che costruisce intorno a sé, e finché non accompagniamo le persone nel comprenderne l’importanza, faremo fatica a progredire e a dare una risposta vera alla chiamata delle sfide di oggi. Questo non risolve tutto il fatto, ma potrebbe essere una modalità diversa per affrontare il cambiamento.

DOMANDE E (ALTRE) RISPOSTE

Nelle terre peruviane

 FacciamoSL276416 un passo indietro, non per chiamarci fuori, ma per acquisire la giusta distanza per poter osservare. Vi ho introdotto, seppur troppo sinteticamente, nella realtà delle periferie Limeñe, ora però voglio fermarmi a riflettere.

Andare e tornare, più volte, portandosi dietro e dentro tutto, spesso crea il meccanismo – che non ho ancora capito se è giusto o sbagliato – di fare paragoni: questa realtà con quella realtà. Per uscire mezza sana da questo labirinto formato da tortuosi “perché” e “come”, sono arrivata a dire che un realtà non può essere paragonabile ad un’altra così distante.

Però non mi convinco, quindi, grazie anche al mio lavoro da educatrice a stretto contatto con l’umanità, ogni spunto è buono per tirare fuori le mie riflessioni.

Per esempio, ho potuto notare che la popolazione peruviana (ogni generalizzazione è sbagliata, ma vi sono tratti culturali preponderanti) ha una capacità di far fronte alle difficoltà e alle sofferenze in modo totalmente diverso dal nostro. Prima di tutto c’è da dire che i disagi, le difficoltà e i sacrifici sono all’ordine del giorno e forse è proprio questa impegnativa quotidianità che porta a far fronte con naturalezza alla sofferenza. Certo, anche qui abbiamo difficoltà, ma là sono amplificate alla massima potenza: può una mamma impiegare delle ore di cammino per portare ad una visita medica i suoi figli? Farsi centinaia di scalini per portare a casa la spesa? Un infermiere andare al lavoro con gli stivali da pesca nella stagione piovosa per mantenere candida la sua divisa bianca senza macchie di fango? Può una bambina accudire tutti i giorni la sorella allettata, che non parla, senza arti, vivendo sulla punta della collina dove i medici non vogliono arrivare e da dove non c’è la possibilità di scendere, mentre la madre lavora per recuperare un po’ di riso? Può un padre di una splendida famiglia, professore universitario, così come sua moglie, con due meravigliose bambine che vivono in un buon quartiere di Lima, dover sperare in un miracolo o in un aiuto dall’estero perché si curi la sua leucemia, sapendo che nel suo Paese non esiste una lista di donanti?

Forse, tutte queste condizioni, portano ad un’ accettazione della realtà che rende consapevoli che non tutto si può tenere sotto controllo, e mentre noi scalciamo, ci disperiamo, cerchiamo modi per aggirare le difficoltà, c’è chi umilmente comprende che l’uomo, in fondo, non può tutto, e lascia l’ultima parola a Dio.

E la vita lì va avanti, tra fatiche, pianti, sorrisi e ringraziamenti, sviluppando quella capacità che ormai sarà diventato un gene, il gene della resilienza, che tira fuori ciò che esiste di positivo in mezzo ai “traumi” quotidiani: mi piego ma non mi spezzo.

Se mai vi capiterà di passare per queste periferie, provate ad IMG_0360immergervi e azzerare i vostri preconcetti e vedrete che saper stare nella normalità ferita è il primo passo per poter aiutare voi stessi e anche gli altri.

Poi, tornati a casa, le radici dalle quali provenite vi richiameranno e potreste essere infastiditi da chi vi ferma in piazza ogni cinque metri per chiedervi una moneta o da chi frequenta le sale d’attesa della vostra stazione di notte e così via…

Proprio in questo momento saremo chiamati a scegliere se far vivere o morire tutto ciò che abbiamo vissuto in quell’altra terra, o se è stato solo un’esperienza estera ed estranea; ce ne renderemo conto quando cercheremo una risposta diversa da quella che avremmo dato prima, o diversa da quella della maggioranza intorno a te.

 

 

 

PANORAMA e STRADA

Nelle terre peruviane

 Ci eravamo fermati insieme alle speranze dei campesinos, che andavano non a svanire, ma ad edificarsi, sui cerros di Lima. È questo il panorama cui sono entrata, un mescolarsi di gente, in cui ognuno vive come può, solitamente chi sta “a valle”, dove le strade sono asfaltate, in cui ci sono negozi e grandi mercati, ha un po’ più possibilità economiche di chi sta in cima alle colline; è un ascensione lenta in cui finisce l’asfalto, finisce la vegetazione, incomincia la terra calpestata da piedi instancabili, si incontra la povertà e talvolta anche la miseria.articolo 2°

Da valle, in un batter d’occhio, con venti minuti di combi, pullmino pubblico, tra clacson creativi e urla di venditori ambulanti e controllori, passi in quartieri con le aiuole fiorite e grandi supermercati…

Questa è la mescolanza in cui si è immersi, impossibile annoiarsi quando si gira per le strade, preferibilmente accompagnati da qualche buon peruviano; solo girando tra le vie di periferia scopri che gli abitanti del Perù sono molti di più di quelli stimati, moltissimi sono dimenticati, tanti non hanno nemmeno un’identità.

Questa panoramica spero non vi spaventi, e nemmeno vi avvilisca, ma attragga la vostra curiosità, per voler andare un po’ oltre la superficie, un po’ oltre ciò che si vede con un primo sguardo, perché dietro a questo Oceano di terra e pietre, dentro a queste mura di legno e alluminio, si nascondono persone da incontrare e contemplare, che ti lasciano un segno di umanità, una nostalgia tremenda di tornare alla verità, che ti portano nel mistero della quotidiana morte e resurrezione.

Tra i tanti odori che respiri c’è quello dell’incondizionata accoglienza di chi ti apre le braccia e dell’umiltà di chi tende una mano per chiederti aiuto.

In fondo abbiamo tutti nostalgia di poter vivere allo scoperto le nostre povertà, un po’ più vicini al senso vero del nostro stare qui dove siamo, abbiamo un incolmabile bisogno di umanità.

Era passato il primo mese e la mia voglia di frequentare i cerros e la gente humilde che ci vive non stava più nella pelle! Finalmente incontrai, sulla punta di una collina di un distretto chiamato Villa Maria del Triunfo, il luogo in cui fermarmi, o meglio il luogo in c
ui andare ogni giorno, da casa mia – con 45 min tra combi e mototaxi – per svolgere il mio servizio, la mia missione, molto semplicemente per incontrare e stare tra le persone!

Lassù c’è una bellissima realtà, una ONG, che con una scuola, un centro medico, un laboratorio artigianale e una costante presenza sta aiutando la comunità locale a rialzarsi. Ma la cosa che mi fece fermare fu l’emozione ferma e forte che sentì nel passare la scuolina in cima alla collina e vedere la vastità di case che vi erano giù per la vallata. Proseguendo tra la cancha e i perros arrivai al piccolo mercato in cui incontrai R., una giovane mamma di 33 anni che vive poco più giù, nella sua choza, con le sue due bambine piccole, mi presentai perché avrei dovuto aiutare la sua bimba più grande a scuola, perché es una niña especial (ha una disabilità).

  1. è una mamma come tante, ma come tutte ha qualcosa di speciale: dovendo far fronte a una situazione di grande disagio familiare, dopo un po’ di tempo è riuscita a conquistarsi la sua libertà e ora vive sola con le sue due figlie. I vicini la aiutano, anche i parenti che vivono nelle Ande le mandano alimenti, lei ha lasciato il lavoro e gli studi per dedicarsi alle sue figlie, ma appena può cerca di fare qualche lavoretto saltuario per poter comprare beni di prima necessità e pagare le terapie.

Le sue giornate sono perlopiù di corsa tra ospedali (a ore di distanza) per la riabilitazione e lotte per trovare una diagnosi accurata per la figlia, contro dei medici che la maggior parte delle volte evitano di prendersi in carico la situazione, dileguando lei – e tutti quelli come lei – con qualche scarna risposta.

  1. nella sua casa, un po’ di tempo fa, ospitava altri niños especiales per aiutarli con la riabilitazione, accompagnata da qualche volontario dell’o.n.g., ora gli spazi sono un po’ cambiati ma vorrebbe riprendere ad aiutare le famiglie che hanno dei figli con disabilità…

La prima volta che entrai nella casa di R. una pentola di fagioli stava cuocendo all’aperto, sulla cucina a legna, sarebbe poi diventato il nostro pranzo accompagnato da riso e pesce fritto comprato insiemearticolo 2 al mercato per l’occasione. Fu solo il primo di una lunga serie di pasti tra le sue quattro sacre mura malmesse; quando mi aspettava, cercava di farmi trovare la casa in condizioni migliori, ma era veramente un’impresa.

La differenza, però, si notava sempre.

Dal niente, tirava sempre fuori qualcosa in più, raccomandandosi di ripassare ogni volta, perché ormai “ya eres parte de la familia”.

 

PARTENZA E BUSSOLA

 Nelle terre peruviane

Questo mese, cari lettori, per un giorno alla settimana, chiudete gli occhi, perché vi vorrei portare su altre montagne, attraverso altri deserti, in mezzo ad altri grovigli e complicatezze, in una società in cui sembra perduto chi osa fermarsi – proprio come noi – ma che per me è stata una sosta prolungata e fondamentale per capire la direzione verso cui muovermi.

Immagino anche voi in ricerca di qualcosa, di una direzione, di un senso, se no non leggereste questo blog di cui conoscevo giusto il nome; ma proprio perché state leggendo, e perché vi leggo anarticolo 1°ch’io seppur da poco tempo, so già che non siete fermi e state camminando, provando a stare dentro e costruire qualcosa, coscientemente, nel posto in cui vi trovate, con un’ampia visione e consapevolezza di far parte del mondo. Oltre a costruire, sono sicura che stiate lottando per custodire quei valori che sono sempre stati un bene prezioso per lo sviluppo dell’umanità.

Per dare corpo a queste parole, però, c’è bisogno di storie vere, quindi inizio a raccontarvi il mio viaggio, partito da un desiderio che ho sempre avuto dentro, quello di poter andare, un giorno, in un Paese lontano dal mio, diverso dal mio, per conoscere genti e culture che non ci appartengono finché ne rimaniamo distanti, ma è bastato un passo un po’ più lungo del solito per sentirle più vicine. La lunghezza di questo passo è stata quella dell’ Oceano Pacifico, attraversato la prima volta nel 2012, poi nel 2014, e per ultimo nel 2015, in direzione Perù!

Le prime due esperienze sono state brevi (20 giorni), con gruppi di persone italiane di varia provenienza, accompagnati da un sacerdote della mia Diocesi di Ferrara-Comacchio, e accolti da una missionaria peruviana che si era preparata a farci vivere delle giornate in mezzo alle periferie di Lima.

Da queste piccole indicazioni state capendo che non vi sto portando, con la lettura, a fare un viaggio turistico, nemmeno l’avventura mozzafiato del viandante solitario, ma cerco di farvi entrare, anche solo per un attimo, nei ricordi vivi di quegli incontri, di quei volti, quelle mani, quegli occhi e quelle storie di persone che hanno fatto parte della mia quotidianità per nove indimenticabili mesi della mia vita (fino ad ora!).

Il Perù, noto a noi come luogo meraviglioso in cui esplorare la cultura incaica, tra le linee di Nazca e  la Valle Sacra in cui gli studiosi di ufo vanno a fare le loro ricerche; oppure con la sua Foresta Amazzonica in cui i turisti più intrepidi si addentrano e scoprono rituali sciamanici; o ancora con le sue spiagge in cui i surfisti possono cavalcare la onde dell’Oceano Pacifico, con le sue alte e brulle montagne della Cordillera delle Ande fino al meno noto deserto, è una meta che sta diventando quasi di moda per noi occidentali, anche alla scoperta della varietà dei suoi piatti prelibati.

Gli abitanti del Perù – riconosciuti all’anagrafe – sono circa 31.151.600, più o meno la metà rispetto agli abitanti in Italia, su di un territorio almeno 4 volte più vasto di quello italiano. Come in molti Paesi del Sud America, la gran parte della popolazione si articolo 1concentra nella capitale, quindi a Lima troviamo concentrato un terzo degli abitanti dell’intera nazione, circa 9 milioni, con una densità di circa 2850 ab/km².

Con queste scarne e impersonali cifre vorrei farvi immaginare la quantità di persone che si concentra tra le strade della capitale e, soprattutto, nelle sue periferie: per farla breve, parliamo di pochi molto ricchi (che se ne stanno ben distanti) – pochissimi quelli del ceto medio, sparsi tra i quartieri della città – e tanti molto poveri, campesinos che dall’interno si muovono verso la capitale in cerca di condizioni di vita migliori, di strutture sanitarie e scolastiche per garantire un futuro ai loro figli, abbandonando le loro terre di cui i “grandi” si lavano le mani.

Lo sappiano o meno, nonostante tutto ci provano, la loro migrazione si fermerà (spesso) su un grande cerro, una collina di sabbia e pietre, in cui occuperanno o gli sarà venduto un lotto di terreno per costruirsi una choza, quell’umile dimora fatta di materiali provvisori – anche per sempre: legno per la maggior parte, talvolta plastica o vimini, ogni tanto mattoni…

Referendum sulle trivellazioni

Referendum sulle trivellazioni: per farsi un’idea

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA  15 febbraio 2016

Vista l’ordinanza del 7 gennaio 2016 depositata in pari data, con la quale l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte suprema di cassazione, intervenendo per deliberare sull’incidenza del comma239 dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n.208 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2016),

sul comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 (Norme in materia ambientale), come in precedenza sostituito dal comma 1 dell’articolo 35 del decreto-legge 22 giugno 2012, n.83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134,

hadispostoil trasferimento del quesito referendario sul citato comma 17, terzo periodo, dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 152 del 2006, come sostituito, da ultimo, dal comma 239 dell’articolo 1 della legge n.208 del 2015, con la seguente denominazione:

“Divieto di attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per i titoli abilitativigià rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento”

e con il seguente quesito:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo  periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la  formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato(legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?»;

Emana il seguente decreto:

 Il referendum popolare per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.  152  (Norme  in  materia ambientale),  come  sostituito  dal  comma  1  dell’articolo  35  del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per  la  crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134,  trasferito,  come  disposto  dall’Ufficio  centrale  per  il referendum con l’ordinanza citata in premessa, sul  comma  17,  terzo periodo, dell’articolo 6 del decreto legislativo 3  aprile  2006,  n. 152, come sostituito dal comma 239 dell’articolo  1  della  legge  28 dicembre 2015, n. 208 (Disposizioni per la  formazione  del  bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge  di  stabilita’  2016),  e’indetto sul seguente quesito corrispondentemente riformulato:

  «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo  3  aprile  2006,  n.  152,  “Norme  in  materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la  formazione  del  bilancio annuale e  pluriennale  dello  Stato  (legge  di  stabilita’  2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile  del giacimento,  nel  rispetto  degli  standard   di   sicurezza   e   di salvaguardia ambientale”?».

Art.1 della legge n.208 del 2015

  1. All’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il secondo e il terzo periodo sono sostituiti dai seguenti: «Il divieto e’altresi’ stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia’ rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attivita’ di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonche’ le operazioni finali di ripristino ambientale».

Art.6 dlgs 152/2006

  1. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtu’ di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni dell’Unione europea e internazionali sono vietate le attivita’ di ricerca, di prospezione nonche’ di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto e’altresi’ stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia’ rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. Sono sempre assicurate le attivita’ di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonche’ le operazioni finali di ripristino ambientale. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma e’ abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i titolari delle concessioni di coltivazione in mare sono tenuti a corrispondere annualmente l’aliquota di prodotto di cui all’articolo 19, comma 1 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625, elevata dal 7% al 10% per il gas e dal 4% al 7% per l’olio. Il titolare unico o contitolare di ciascuna concessione e’ tenuto a versare le somme corrispondenti al valore dell’incremento dell’aliquota ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato, per essere interamente riassegnate, in parti uguali, ad appositi capitoli istituiti nello stato di previsione ((,rispettivamente, del Ministero dello sviluppo economico, per lo svolgimento delle attivita’ di vigilanza e controllo della sicurezza anche ambientale degli impianti di ricerca e coltivazione in mare, e del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, per assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio, ivi compresi gli adempimenti connessi alle valutazioni ambientali in ambito costiero e marino, anche mediante l’impiego dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), delle Agenzie regionali per l’ambiente e delle strutture tecniche dei corpi dello Stato preposti alla vigilanza ambientale, e di contrasto dell’inquinamento marino)).

Grazie a Leonardo Costa