DOMANDE E (ALTRE) RISPOSTE

Nelle terre peruviane

 FacciamoSL276416 un passo indietro, non per chiamarci fuori, ma per acquisire la giusta distanza per poter osservare. Vi ho introdotto, seppur troppo sinteticamente, nella realtà delle periferie Limeñe, ora però voglio fermarmi a riflettere.

Andare e tornare, più volte, portandosi dietro e dentro tutto, spesso crea il meccanismo – che non ho ancora capito se è giusto o sbagliato – di fare paragoni: questa realtà con quella realtà. Per uscire mezza sana da questo labirinto formato da tortuosi “perché” e “come”, sono arrivata a dire che un realtà non può essere paragonabile ad un’altra così distante.

Però non mi convinco, quindi, grazie anche al mio lavoro da educatrice a stretto contatto con l’umanità, ogni spunto è buono per tirare fuori le mie riflessioni.

Per esempio, ho potuto notare che la popolazione peruviana (ogni generalizzazione è sbagliata, ma vi sono tratti culturali preponderanti) ha una capacità di far fronte alle difficoltà e alle sofferenze in modo totalmente diverso dal nostro. Prima di tutto c’è da dire che i disagi, le difficoltà e i sacrifici sono all’ordine del giorno e forse è proprio questa impegnativa quotidianità che porta a far fronte con naturalezza alla sofferenza. Certo, anche qui abbiamo difficoltà, ma là sono amplificate alla massima potenza: può una mamma impiegare delle ore di cammino per portare ad una visita medica i suoi figli? Farsi centinaia di scalini per portare a casa la spesa? Un infermiere andare al lavoro con gli stivali da pesca nella stagione piovosa per mantenere candida la sua divisa bianca senza macchie di fango? Può una bambina accudire tutti i giorni la sorella allettata, che non parla, senza arti, vivendo sulla punta della collina dove i medici non vogliono arrivare e da dove non c’è la possibilità di scendere, mentre la madre lavora per recuperare un po’ di riso? Può un padre di una splendida famiglia, professore universitario, così come sua moglie, con due meravigliose bambine che vivono in un buon quartiere di Lima, dover sperare in un miracolo o in un aiuto dall’estero perché si curi la sua leucemia, sapendo che nel suo Paese non esiste una lista di donanti?

Forse, tutte queste condizioni, portano ad un’ accettazione della realtà che rende consapevoli che non tutto si può tenere sotto controllo, e mentre noi scalciamo, ci disperiamo, cerchiamo modi per aggirare le difficoltà, c’è chi umilmente comprende che l’uomo, in fondo, non può tutto, e lascia l’ultima parola a Dio.

E la vita lì va avanti, tra fatiche, pianti, sorrisi e ringraziamenti, sviluppando quella capacità che ormai sarà diventato un gene, il gene della resilienza, che tira fuori ciò che esiste di positivo in mezzo ai “traumi” quotidiani: mi piego ma non mi spezzo.

Se mai vi capiterà di passare per queste periferie, provate ad IMG_0360immergervi e azzerare i vostri preconcetti e vedrete che saper stare nella normalità ferita è il primo passo per poter aiutare voi stessi e anche gli altri.

Poi, tornati a casa, le radici dalle quali provenite vi richiameranno e potreste essere infastiditi da chi vi ferma in piazza ogni cinque metri per chiedervi una moneta o da chi frequenta le sale d’attesa della vostra stazione di notte e così via…

Proprio in questo momento saremo chiamati a scegliere se far vivere o morire tutto ciò che abbiamo vissuto in quell’altra terra, o se è stato solo un’esperienza estera ed estranea; ce ne renderemo conto quando cercheremo una risposta diversa da quella che avremmo dato prima, o diversa da quella della maggioranza intorno a te.