Avremo fatto Repubblica

Migranti e confini, 13: il senso di imminenza che avremo davanti

Oggi non ci sono né tempo né risorse per le fragilità. Come possiamo accoglierle ed accompagnarle se i soldi delle nostre comunità dobbiamo spenderli in sicurezza ed armamenti? Abbiamo scelto che quelle sono le priorità. La gente in eccesso è una devianza, una fragilità usa e getta. Dobbiamo limitarla e concentrarci sul nostro primo obiettivo: quello di tornare a crescere economicamente a suon di PIL e deregulation. In nome di questa droga, siamo disposti a distruggere gli ecosistemi e le culture. In nome di questo nuovo obbligo costituzionale, siamo disposti ad aumentare le diseguaglianze, le disparità di redditto e i tagli ai diritti individuali. In nome di questo idolo, stiamo coltivando la prossima bancarotta fraudolenta ed una crisi umanitaria mondiale in grado di infrangere non solo i muri degli egoismi statali, ma anche quelli di casa nostra.
Che risposte dare a tutto questo? Manca la mediazione culturale e politica; mancano seri percorsi di legalità per non far cadere le persone in mano a trafficanti, a lavoro nero e mafia; manca la capacità di lettura politica di un contesto globale che sta mutando e domanda la creatività di nuovi strumenti.
Da una parte l’assistenzialismo buonista di vecchia maniera, scaduto e ammuffito, sta diventando pericoloso come chi promette e non sa mantenere. Dall’altra parte, l’indifferenza si sta trasformando in fastidio perché è scomodo guardare una fragilità: essa ci infastidisce moltissimo fino ad irritarci. Per allontanare le fragilità dal nostro campo visivo cosa siamo disposti a fare? Marginalizzarla come abbiamo sempre fatto sta diventando sempre più difficile, allora qualcuno propone la sua eliminazione con il muro come se questo fosse un argomento politico e non una forma di neonazismo.
Un senso di imminenza ci circonda, le nuvole di un temporale si intravedono all’orizzonte del nostro quieto vivere. Non è più un tempo ordinario. Ma proprio questo fatto è una possibilità, una bella scommessa, un’occasione imperdibile. Possiamo prendere i luoghi del nostro vivere e renderli centri di ripensamento, di rilettura e di riflessione. Possiamo prendere i nostri luoghi quotidiani, lasciarli invadere dagli esclusi e farne un luogo di sperimentazione creante, di presa di parola e di iniziativa. Possiamo finalmente dare un senso al nostro noioso agire giornaliero: farci mediatori di un passaggio, di una parzialità, farci assemblea di fragilità diffuse. Le nostre associazioni, i nostri movimenti, i centri sociali e le parrocchie, le scuole e i circoli dei pensionati possono diventare protagonisti; possono tessere legami disfatti e costruire competenze dimenticate; possono diventare punto di riferimento culturale e persino politico.
Ma per far questo con il giusto animo, chiediamoci innanzitutto: siamo disposti a rinunciare a qualcosa? Siamo abbastanza generosi? Siamo dissipativi e fecondi oppure siamo gelosi delle idee creative che ci vengono per risolvere i problemi immani che questo tempo difficile ci sta scaricando addosso? Se ci porremo queste domande con impegno lavoreremo sui desideri degli esclusi, sui vuoti e sulle mancanze di un sistema che non funziona più. Se faremo così, un giorno- voltandoci indietro- scoprirermo che avremo adempiuto i nostri doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; avremo rimosso gli ostacoli, che oggi impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese; avremo fatto Repubblica dai frammenti alla comunità!

Un problema di applicazione di regole

Migranti e confini, 11: rielaborazione europeista da una lezione del professor Tonoletti presso l’Università di Trento

il problema dell'applicazione delle regole in schengenIl tema delle migrazioni ci mette di fronte ad un problema di applicazione di regole: il cosmopolitismo della globalizzazione e le sue diseguaglianze fanno i conti con la giurisdizione territoriale sovrana di Stati nazionali ormai in crisi. I diritti individuali, per i quali i migranti bussano alle nostre porte con disperazione, prevedono una applicazione, una misura ed una riconoscibilità entro dei confini e questi stanno venendo riaffermati in modo collerico dai nostri Stati nazionali. Essi usano la debole apparente sovranità Ue come un capro espiatorio di tutti i loro mali e così, tra muri e legislazioni illegittime, questi Stati stanno tentando di riaffermare attraverso le barriere di frontiera i legami di garanzia alla base del loro senso di esistenza. E’ il loro modo capriccioso ed egoista di difendersi dalle pressioni esterne, che giungono loro dalla globalizzazione. E’ interessante notare come gli Stati non abbiano mosso un muscolo quando erano le multinazionali a pestare la loro sovranità; non appena si è trattato invece di qualche migliaio di povere persone in fuga dalle loro terre si è scelto di dar luogo alla strategia “debole con i forti, forte con i deboli”. In realtà, andrebbe chiarito che l’azione difensiva statale non sarebbe di per sé una pretesa sbagliata: si fonda sulla logica di un necessario equilibrio di esistenza. Se questo mancasse, i diritti dei singoli non avrebbero un contesto sistemico dove essere tutelati. Ma questo tentativo non si è rivolto nella direzione di una creativa lettura dei nuovi contesti globali. Per quella strada, si realizzerebbero e correggerebbero insieme le contraddizioni infantili dentro ai trattati di Dublino e di Schengen. Si è preferita putroppo la via più semplice ed anti-storica: il ripristino dei muri e dei controlli; e così le nostre volontà statali stanno dimostrando di non essere più in grado di leggere l’ambiente che ci circonda preferendo remare contro all’imminenza di un cambiamento ineluttabile. Se ci riflettiamo, siamo in un contesto simile a quello del XIX secolo quando l’abbattimento dei regimi doganali dello Zollverein fu un primo drastico passo verso l’unificazione tedesca. I piccoli Stati della Germania Centrale tremavano perché vedevano all’orizzonte l’abbattimento di quelle garanzie che erano state poste a fondamento della loro essenza dalla Restaurazione del Congresso di Vienna. Oggi quegli Staterelli della Germania Centrale ricordano i nostri Stati impegnati a pretendere di governare l’emergenza profughi con le loro sole forze e i muscoletti di un paio di ridicoli muri. Essi stanno ancora una volta prendendosi in giro come avevano fatto ai tempi della crisi economica: si costringe così una logorata opinione pubblica a ragionare sull’effimera esistenza di un comune confine europeo, che in realtà è ancora tutto da costruire. Negli anni Novanta: tra Maastricht, Schengen ed apertura agli Stati dell’Est, perdemmo l’occasione istituzionale di stabilire chiari strumenti normativi ed una intelligente idea di frontiera comune perché ci mettemmo a filosofeggiare sui nostri singoli egoismi. Questo chiacchiericcio ci ha anestetizzato la coscienza pubblica. Essa infatti non si presenta più all’appello proprio oggi che dovremmo riattivarla nell’immaginare nuovi percorsi di integrazione europea e solidarietà verso il genere umano. Stiamo così crogiolati su noi stessi a maledire una frontiera comune fissata da Schengen, ma di fatto mai esistita, e traiamo le conseguenze sbagliate accusandola dell’immane confusione causata dai nostri Stati, che allora non avevano voluto condividere responsabilità né cooperazione per capire cosa volesse dire buttar via le dogane. Così rassegnati e pericolosamente disincantati, ci limitiamo a rielaborare il vecchio solito abito logoro: la difesa del sacro suolo natio con barriere di carta e filo spinato sui vecchi confini di Stato. Insomma siamo ridicoli come i burocrati del Gran Ducato di Hessen o di Baden, avulsi ormai dal presente e proiettati a piè pari verso il passato. Per non deflagrare come quei piccoli Staterelli, andrebbero finalmente distinti i fini dai mezzi; con quei concetti chiari, potremmo allora risederci al tavolo delle trattative per “costruire” quell’Europa, che finora ci eravamo solo raccontato di avere. A quel punto, avremmo veramente Schengen in un’ottica di relazione interstatale dentro ad un’Europa pienamente sovrana nella sua compiuta sussidiarietà: territori con statuti di autonomia e ministero degli esteri e della finanza a Bruxelles, dove far convogliare le lobbies di mercato per avere la forza e il diritto sovrano di limitarle secondo logiche di welfare. Purtroppo per capire tutto questo, sarà più semplice tagliarsi le mani con del filo spinato piuttosto che rischiare di ferirsi un dito con la carta dei libri e dei documenti dei trattati. La Storia insegna e si ripete.

Interrogati a suon di sberle

Migranti e confini, 09

Luca Mercalli e don Luigi Ciotti al Trento Film Festival

Luca Mercalli e don Luigi Ciotti al Trento Film Festival

Sabato sera 30 aprile 2016 all’Auditorium Santa Chiara si sono incontrati don Luigi Ciotti e Luca Mercalli e per chi era lì ad ascoltarli si sarà trattato di una sorta di ripasso per la grande verifica, il grande esame da fare ogni giorno: quello sul proprio impegno civile. Occuparsi degli altri vuol dire occuparsi di diritto e di legalità; in buona sostanza, significa anche interessarsi del contesto umano e dell’ambiente. Ecco così un intreccio tra la crisi morale e la crisi ambientale: tutto fa brodo per la ricetta della sofferenza degli esclusi, quei poveri che vivono tra i solchi di una società frammentata che non vuole condividere e fare comunità. Salta fuori l’Enciclica di papa Francesco: Laudato si, e scopriamo che di mezzo c’è anche la nostra crisi personale di uomini di fede e malafede, di cristiani e di bigotti, di atei e miscredenti. Siamo interrogati a suon di sberle dalla nostra cattiva coscienza: ci viene chiesto di prendere dolorosa coscienza; ci viene chiesto di capire come condividere la sofferenza degli altri in dolorosa sofferenza personale; ci viene chiesto di immaginare cosa siamo disposti a perdere. Una fede autentica chiede di coltivare il desiderio di cambiare il mondo. Un amore per la montagna chiede di guardare i suoi ghiacciai. La scienza chiede di guardare i grafici sul surriscaldamento globale: se si sale oltre i due gradi Celsius entro fine secolo: “hic sunt leones”, i profughi climatici saranno non solo i bengalesi, ma anche rovigotti e riminesi. Una corretta informazione domanda di acquisire consapevolezza sul fatto che non si possa tacere se l’80% dei semi sono in mano a 5 sole multinazionali; se 500 milioni di piccoli agricoltori rischiano di perdere la loro terra; se scambiamo il pesce pescato con kili e kili di plastica in mare. “Sora nostra madre Terra ne sustenta e ci governa” diceva un altro Francesco qualche secolo fa: si tratta di trarne le dovute conseguenze facendo piccoli gesti, ascoltando il grido delle culture locali contro l’omogeneità omologante del consumismo di mercato, difendendo quel bene comune chiamato ecologia umana… Possiamo fare di più, di più. Perché? Perchè ci riguarda. Nel 2050, ci saremo ancora e i nostri figli e nipoti ci fisseranno negli occhi chiedendoci cosa abbiamo fatto per evitare certe cose. L’Accordo di Parigi dobbiamo ratificarlo anch noi con un sacrificio giornaliero di essenzialità e sobrietà.