Women are Revolution

In the past, and now more than ever, women have been and are in the front line when it comes to defending, protecting, and saying what is going wrong in our societies. Women have built nations from scratch in the past and are still doing it today, worldwide. Unfortunately, we often do not find any mention of those women in books, not in school and not in university and that is unfair. We (8 brave and young women from different countries: Bosnia, Colombia, Italy, Paraguay, Mexico and Morocco) decided to change that. And the smartest way is writing about those women, that from one way or the other have started a revolution!

Nowadays, we see revolution in volunteer work, we are starting revolution now writing an article, you are participating in a revolution by reading this blog. From where I come there is a phrase “When tyranny is law, revolution is order” (Don Pedro Albizu Campos). Our new revolution is educating and sharing knowledge!

Author: Nicole Pendić

Student of Economics and Management from Bosnia and Herzegovina.

Women are revolution – Meliha Varešanović

SarajevThe woman who inspired many ladies during the war in Bosnia and Herzegovina (1992-1995) was Meliha Varešanović. The world scene heared about her thanks to photograpfer Tom Stoddart who took the shoot of this brave women who was walking with her head held high, eventhough, around her were Serbian soldiers and the situation was everything except the normal one.  Continue reading

Angeli armati, racconto contro tutte le guerre

In memoria di questo triste centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, ecco il bellissimo racconto di Veronica Loiacono, studentessa del Liceo “Galilei” di Dolo. Leggendolo riscopriremo il vero senso di qualsiasi guerra: una sconfitta per tutti.

angeli armati

Il fronte nemico sta avanzando, ma nonostante l’addestramento di preparazione a questa maledetta guerra io non mi sono mai sentito pronto. Non sento nemmeno più il freddo, anche se sono disteso sulla neve da ore, nascosto dietro la trincea… non so neanche se sono passati giorni, settimane o mesi da quando ho lasciato la mia casa per venire qua…Ricordo le parole che ho detto a mia figlia: le ho promesso che tornerò, l’ho raccomandata di fare la brava…- Non starò via per molto – Le ho detto.

Nel mio cuore però questa speranza vacilla ogni istante di più…Tendo lo sguardo al cielo. E’azzurro, come gli splendidi occhi di quella creatura di appena quattro anni e di mia moglie. Sarà questo colore e il desiderio di rituffarmi dentro a quello sguardo che mi guideranno per tutto questo inferno … l’azzurro sarà la mia ragione per continuare a lottare. Sembrano trascorsi secoli, da quando le ho lasciate a casa, le mie due donne, la mia vita.

Il tempo non passa mai…è inesorabilmente scandito dal fragore dei colpi di fucile che rimbombano nell’aria; il colore che riempie i miei occhi è quello del sangue che i miei compagni continuano a versare, “per la patria”, ci dicevano… ma quale patria? In questa strage non si ha più nemmeno un nome, siamo tutti pedine, strumenti di massacro, senza diritto di pensare… Il bilancio dei morti passa in secondo piano, rispetto agli interessi di chi ha voluto tutto questo. Ma ora non ho tempo di pensare, perché il fronte avversario continua ad avanzare e il Generale urla di caricare i fucili: sarà una lunga battaglia. Sento già la morte nel cuore. Mi volto per un attimo a guardare il compagno al mio fianco, trema e suda, nonostante il freddo sordo intorno a noi. Mi riconcentro sul campo di battaglia, carico il fucile e attendo: il silenzio è snervante… è l’inizio della fine? della nostra fine?

Parte un colpo di fucile e con fredda precisione colpisce in fronte l’uomo al mio fianco. Lo sventurato urla e si accascia a terra, in un mare di sangue…Un turbinio di pensieri mi assale…pochi centimetri e sarei potuto essere io, lì a terra, al suo posto…e sarebbe stata mia figlia a rimanere senza padre, con il peso indelebile del lutto nel cuore, sarebbe stata la mia giovane moglie a rimanere sola… Con angoscia mi vergogno di questi pensieri…lui ora sta lottando contro la morte, nei suoi occhi leggo la disperazione, il suo sguardo mi implora “AIUTO…” Ma nel suo cuore sa che io non potrò aiutarlo…troppe volte abbiamo già vissuto questa scena, finita sempre allo stesso modo, quando negli occhi dei compagni caduti lo sguardo perde definitivamente la sua luce per cedere al buio della morte… Affranto, ricarico l’MG42, appiattito in trincea.

E penso al mio migliore amico, partito con me, dal mio paese e che ora è lì, in prima linea, vicino al Generale… Chissà se lo rivedrò… Ho finito di ricaricare il fucile e con un’inspiegabile forza lo punto verso il fronte avversario, disperato. Tengo premuto il grilletto e decine di proiettili partono come impazziti… Uccido, sento le urla di dolore, ma non mi sento per nulla sollevato. Un peso enorme mi opprime il cuore: fatico a riconoscere in quelle sagome accasciate nella trincea di fronte a me il nemico, so che lì dietro ci sono uomini con le stesse mie angosce, con lo stesso mio diritto di vivere, che come me hanno dimenticato il senso di questa guerra, che come me hanno drammaticamente compreso che la guerra non ha alcun senso… Ma gli spari continuano e l’istinto di sopravvivenza mi fa premere il grilletto ancora e ancora partecipo alla crudele, assurda strage di uomini.

Muoiono, uno dopo l’altro, su entrambi i fronti. Cadono, foglie verdi strappate e costrette a seccarsi, giacendo nella terra gelida… Le urla di dolore mi straziano il cuore… non ho la forza di voltarmi indietro: il senso di vuoto dei corpi privi di vita mi lacera l’anima… Mi sposto strisciando, disteso a pancia in giù, sento addosso il calore del sangue di un mio compagno ferito mortalmente poco fa. E’ terribile, vorrei poter fuggire via, vorrei piangere, ma non ne sono più capace…

Uno sparo, una scarica di colpi di fucile che toglie la vita ad un soldato in seconda linea… io sono ancora vivo, almeno credo, l’angoscia che mi attanaglia dentro mi toglie il respiro. Continuo a strisciare verso un altro cadavere. Devo recuperare le munizioni dalla sua borsa! Non potrò sopravvivere altrimenti, ho terminato le mie. In pochi secondi riesco disperatamente a prenderle tutte, le metto nella mia borsa, aggancio con ambedue le mani un nuovo MG42. Altri spari e altre vite strappate via …

Infuria un turbinio di rumori assordanti, di urla ed esclamazioni a me incomprensibili, gli ordini dei comandanti avversari si sovrappongono a quelli del mio Tenente, che sta ordinando di continuare ad attaccare. Pochi secondi. Sento un fischio acuto accanto al mio orecchio, un proiettile mi sfiora, non faccio nemmeno in tempo a pensare che un nuovo proiettile mi colpisce l’avambraccio…Un dolore tremendo, fortissimo mi pervade. Vedo tutto sfocato, non odo più gli spari né le urla dei soldati. Non mi reggo in piedi, vacillo e con quel poco di cognizione che mi resta percepisco che sto cadendo per terra…Un altro colpo, duro, sbatto la testa su una pietra, ma non sento dolore…non sento più nulla. Provo un senso di pace, mi sembra di essere in uno scenario nuovo, per un attimo credo di essere morto… Ma ricomincio a sentire. Mi giunge il suono di lamenti di dolore, risate un po’ tirate, passi, parole rassicuranti. Tendo meglio l’orecchio, il mio udito si sta riprendendo sempre di più, e ascolto con più attenzione. Niente spari, niente rumore di esplosioni. Nessuno strilla terrorizzato. Percepisco attorno a me un’atmosfera nuova, è bello. Bello. Da quanto non ero più capace di dire questa parola?

Si risvegliano, pian piano, tutti i miei sensi, uno dopo l’altro. Sento il tocco rassicurante e caldo di una mano sulla mia fronte, apro gli occhi lentamente, ma mi ci vuole un po’ di tempo per mettere a fuoco il luogo in cui mi trovo: è un ospedale da campo, ci sono molti miei compagni feriti, sdraiati sulle brandine attorno a me. Vedo il sorriso dell’uomo che mi sta accanto. E’ il Tenente. Rispondo al suo sorriso. – Bentornato fra noi, giovanotto! Hai dormito bene? – Scherza lui. Sorrido ancora, il dolore alla testa, anche se lancinante, passa in secondo piano rispetto alla gioia che sto provando in questo momento… Mi sento fisicamente distrutto, mi fanno male tutti i muscoli e tutte le ossa. Raccolgo tutte le mie forze per dar fiato a quella domanda che continua a rodermi dentro: ho bisogno di sapere se è ancora vivo anche lui, il mio migliore amico, ma allo stesso tempo temo la risposta…

Il tenente non risponde. Si limita ad alzarsi e ad indicare la brandina di fronte a me…Guardo meglio…un brivido profondo mi sale veloce lungo la schiena, riconosco i suoi inconfondibili capelli rossastri. E’ vivo, è salvo. Noto che ha una gamba ingessata, ma non importa, davvero. E’ ancora qui, è questo ciò che conta…

Ripenso a mia moglie, alla sua voce rassicurante ed alle sue mani candide e calde, al sapore meraviglioso del suo bacio, che tra non molto potrò riassaporare…

Ripenso alla mia piccola, al mio angelo, ai suoi occhioni azzurri e sinceri, come il cielo in una calda giornata di sole.

Il brivido continua a salire, e raggiunge la mia nuca. Mi fremono le mani, una scossa percuote il mio stomaco. Finalmente quelle lacrime rimaste per troppo tempo chiuse dentro sgorgano in un caldo pianto liberatorio.

Si è salvato, “lui”, tornerà a casa, potrà riprendere la sua vita o almeno tentare, perché nulla in realtà potrà mai tornare come prima: troppo freddo ha pervaso il suo cuore…

…Ma quanti, uomini come lui, non potranno più fare ritorno? Quanti non potranno più riabbracciare i propri figli e la propria donna? Quanti verranno attesi disperatamente, invano?

“Lui” non ha nome, non ha nazionalità, perché i soldati, a qualsiasi fronte appartengano, sono  tutti uguali, accomunati dallo stesso tragico destino imposto dagli assurdi meccanismi di guerra, costretti a cancellare il senso di umanità che è in ogni uomo, per odiarsi fino a togliersi la vita l’un l’altro.

Non esiste guerra giusta, non esistono né vincitori né vinti.

Arrivare a combattersi per risolvere le proprie questioni è di per sé una sconfitta.

Sempre e comunque.

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